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In divisa da gioco

“Signor arbitro…”. Mi chiami pure arbitro, senza formalità. Siamo entrambi degli sportivi. Chissà quanto sarebbe bello far passare un messaggio distensivo, di pace e rispetto, nel mondo del calcio. Partendo, ovviamente, dal sempre problematico rapporto tra giocatori e direttori di gara.

Perchè ho scelto di essere arbitro? Perchè credo fortemente nel rispetto delle regole, nello svolgimento equo ed equilibrato di quello che, nonostante tutto e tutti, è pur sempre un gioco. Ho scelto questa professione dai giorni del liceo quando, organizzando i tornei interclasse, non avendo direttori di gara a disposizione, decisi di rivestire quel ruolo. Non avevo la divisa, mi arrangiavo con pantaloncino e maglietta colorati diversamente da quelli delle squadre in campo. Avevo solo un fischietto, acquistato al negozio, non un Fox 40 come oggi. E i cartellini, non sapendo dove acquistarli, me li fabbricavo in casa con cartoncini bianchi, colorati con degli evidenziatori gialli e rossi.

Erano gli inizi, poi ho sviluppato questa attività nelle Marche dopo il mio trasferimento. Ho iniziato con i tornei estivi, quindi le amichevoli, poi l’approdo in CSI e, da due stagioni, con il Comitato UISP di Fermo. Con il primario obiettivo, ad oggi, di raggiungere le mille gare arbitrate in carriera.

Difficile scegliere le gare più belle, quelle che conservo in un posto specifico del cuore. Penso, forse, all’amichevole Maceratese-Corea del Nord under 17 di Pollenza, alla sfida amichevole tra la stessa Maceratese e la Recanatese. Senza dimenticare la finalissima regionale al Carotti di Jesi della stagione 2015-2016.

Da Bucchi a Giunti, da Togni a Raphael Bondi, sono diversi i personaggi con un passato professionistico ad aver diretto durante gli anni. Ho avuto il piacere di impugnare il fischietto al Recchioni di Fermo, al Polisportivo di Civitanova, al Carotti di Jesi, al Tubaldi di Recanati. Tanti gli stadi che ancora mancano nel mio palmares, sperando a breve di esaudire ogni mio desiderio.

Per questo, dunque, ho scelto di arbitrare. Per passione, per amore dello sport. Ma, soprattutto, per uno sconfinato rispetto che nutro verso quella divisa che, se all’apparenza differenzia in campo squadre e direttore, in realtà unisce tutti sotto l’unica insegna dello sport.

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